Un trattato da rigettare PDF

Il nuovo trattato in inglese - versione in italiano

Stefano Squarcina - Sono senza appello le previsioni 2012 del Fondo Monetario Internazionale. L'Unione Europea, ed in particolare l'Eurozona composta dai diciassette Stati Membri UE a moneta unica, sarà quest'anno l'unica grande area del mondo

in recessione economica: -0,5% di crescita per tutta l’Eurozona, addirittura -2,2% per l’Italia e -1,7% in Spagna (entrambi i Paesi saranno in recessione anche nel 2013), praticamente "zero crescita" in Francia, non parliamo poi della di Grecia o Portogallo (entrambi a -3%). Significativo, per spiegare il trend in corso, è il caso della Germania: dovrà accontentarsi di un +0,3% dopo il +3% del 2011 e +3,6% del 2010, sempre che tutto vada per il verso giusto, cosa sulla quale nessuno però può scommettere, soprattutto se si tiene conto che la locomotiva tedesca è passata anch'essa al rosso nell'ultimo quadrimestre del 2011 quando il suo Prodotto Interno Lordo (PIL) ha conosciuto una contrazione di -0,4%. Per l'insieme dell'Unione Europea, l'FMI parla di un "leggero calo dello 0,1% del PIL", risultato della compensazione con i (deboli) tassi di crescita di altri Paesi UE, come ad esempio il +0,6% della Gran Bretagna. In tutto il resto del mondo, seppur tra mille difficoltà causate dalla crisi, si registrerà una crescita economica: si va dal +1,8% degli Stati Uniti e del Giappone fino al +8/9% della Cina e dell'India, l'America Latina si attesterà tra il +3/5% a seconda dei Paesi, persino l'Africa conoscerà un brillante +5%. L'economia del mondo (+3,3% nel 2012) sarà insomma trascinata quest'anno dai Paesi Emergenti e in Via di Sviluppo (+5,4%), che controbilanceranno un +1,2% dell'insieme dei Paesi Industrializzati, quest'ultimi alle prese con una palla al piede che si chiama Eurozona.

 

DISOCCUPAZIONE A LIVELLI RECORD - Quanto sia economicamente e socialmente grave la situazione in Europa, più di quello che ci viene ufficialmente raccontato, lo dimostrano anche le statistiche di gennaio di EUROSTAT sulla disoccupazione nel nostro continente, che si riferiscono all'insieme del 2011. 23 milioni di persone sono senza lavoro nell'Unione Europea, pari al record storico del 9,8% della popolazione attiva. Di questi, diciassette milioni si trovano nell'Eurozona, il cui tasso di disoccupazione sale al massimo storico del 10,4%: se parliamo dei giovani sotto i 25 anni, la percentuale schizza al 22% (31% in Italia), dato identico per UE ed Eurozona, fotografia drammatica della situazione di marginalità sociale che si apprestano a vivere milioni di giovani europei.

C'è infine un altro dato inquietante, quello che riguarda i sottoccupati, ovvero i part-time e tutti coloro che non hanno un impiego fisso ma lavorano alcuni giorni la settimana o in altri periodi, restando disoccupati contro la loro volontà negli altri momenti dell'anno: si tratta di altri diciotto milioni di uomini e donne nell'Unione Europea. Per nulla rassicuranti sono le previsioni 2012 di EUROSTAT: "I tassi di crescita previsti per l'anno in corso non produrranno miglioramenti nel mercato del lavoro europeo, la disoccupazione aumenterà". Del resto non bisogna essere dei maghi per capirlo: non c'è Paese europeo in cui non passi giorno senza l'annuncio della chiusura di una grande industria o della sua delocalizzazione, l'Italia come sappiamo è in prima linea.

CONTESTO DRAMMATICO - Tutto questo in un contesto politico-economico che rimane estremamente incerto, meglio dire drammatico se si leggono le dichiarazioni dei leader, primo fra tutti il Governatore della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi: "La situazione si è molto aggravata da ottobre, quando il mio predecessore -Jean-Claude Trichet- l'aveva definita crisi sistemica" (Draghi al Parlamento europeo, 16 gennaio). "Non abbiamo più tempo, il 2012 sia l'anno della ripresa o la crisi dell'euro investirà l'intero pianeta, la Grande Depressione del 1929 non sarà niente a confronto" (Christine Lagarde, Direttrice FMI, 22 gennaio, a Berlino). I grandi leader dovrebbero dare risposte all'altezza, e invece da loro arrivano spesso docce fredde, al limite del parossismo: "Sono ancora alla ricerca di quello che precisamente dovremo fare. Quando l’avrò trovato vi darò la risposta" (Angela Merkel, Parigi, 19 gennaio). "Diciamo la verità, questa crisi ha una natura così profonda che nessuno sa bene cosa va fatto per uscirne; l'unica cosa che so è ciò che non va fatto" (Claude Juncker, Presidente Eurogruppo, Lussemburgo, 20 gennaio). A Sarkozy non resta che lamentarsi "del fatto che subiamo gli effetti dell'ortodossia tedesca" (Parigi, 17 gennaio), salvo seguire in tutto e per tutto la Cancelliera Merkel. E questi sono quelli che ci dovrebbero tirare fuori dai guai.

AUSTERITÀ - Eppure ci sarà un motivo se l'Unione Europea, in generale, si sta impoverendo sul piano economico e sociale, giusto? Oppure vogliamo (ancora) continuare a far finta che non è colpa di nessuno e che tutto è (ancora) imputabile alla "grande crisi"? Ci sarà un motivo se l'Eurozona è la sola area del mondo in recessione? Sì, un colpevole c'è, sono le politiche di austerità sociale e di rigore ideologico di bilancio a tutti i costi dell'Unione Europea ad averci portato a questo punto, sono le sue politiche a produrre depressione e recessione con effetti pro-ciclici sull'economia, visto che le recenti decisioni di politica economica non fanno che amplificare la portata antisociale della crisi, contraendo il PIL ed il potere d'acquisto delle famiglie e dei singoli. L’Europa soffoca sotto l’austerità che si è autoimposta e si sviluppa attorno ad una grande menzogna economica, ovvero che la crisi è causata dal debito pubblico e dal costo del lavoro. Con la conseguenza che viene smontato pezzo per pezzo lo stato solidale europeo e promossa ad oltranza la precarizzazione del mondo del lavoro in tutte le sue dimensioni. Questo è il senso della governance sin qui imposta, che si dimostra incapace di raddrizzare la barra.

NUOVO TRATTATO - Non contenti, i leader europei si sono imbarcati in una nuova avventura, quella del trattato internazionale sulla governance rafforzata, approvato il 30 gennaio scorso a Bruxelles da un Consiglio Europeo informale dei Capi di Stato e di Governo dell'Unione Europea. Errare humanum est, perseverare diabolicum, dicevano gli antichi. Già non è ammissibile -in politica- commettere errori che portano alla perdita di milioni di posti di lavoro e compromettono il futuro dei popoli europei, figuriamoci se si tratta di perseverare nella stessa direzione. Eppure è quello che accade con il nuovo trattato, che renderà ancora più severa la disciplina di bilancio e avocherà a Bruxelles i poteri d’indirizzo generale delle politiche economiche dei singoli Stati Membri. È il trionfo dell’Europa della contabilità e della ragioneria di Stato su quella politica, della crescita e dell’occupazione.

PAREGGIO DI BILANCIO - Il nuovo trattato impone -innanzitutto- la costituzionalizzazione del principio del pareggio di bilancio, il cui livello viene individuato in un deficit strutturale pari allo 0,5% del PIL. Qui s'impone una precisazione di carattere economico e politico, vista la grande approssimazione con cui i grandi giornali italiani hanno riportato la notizia. Il deficit strutturale non ha nulla a che fare con il deficit ciclico (quest'ultimo segue la congiuntura economica).

Il disavanzo è strutturale se le variabili macroeconomiche assumono valori per i quali diventa impossibile azzerare il più generale deficit di bilancio, indipendentemente dalla fase espansiva o restrittiva del ciclo economico che si attraversa; e può essere combattuto solo se si agisce sulle variabili sotto il controllo dei poteri pubblici, fondamentalmente le tasse e la riduzione della spesa pubblica soprattutto nella sua dimensione "stato sociale". Sia chiaro dunque che la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio comporterà nuove manovre finanziarie e d'intervento esattamente in quelle due direzioni, una volta scelta quella logica non c'è alternativa. Ci attende, dunque, un'accentuazione ulteriore dell'alterazione degli equilibri sociali in Europa, attraverso ulteriori tagli alle pensioni, alla sanità e così via. Si tratta di una novità importante rispetto alla precedente governance europea, un salto di qualità antisociale nell'azione di risanamento dei bilanci degli stati UE.

POLITICA DI BILANCIO - Il nuovo trattato -inoltre- assorbe e rende più severa la politica di Maastricht, confermando i limiti del 3% di deficit (generale) rispetto al PIL, e del 60% del bilancio sul PIL. Ciò che è nuovo, è il carattere obbligatorio della riduzione dello sforamento dei limiti del rapporto debito/PIL; per la riduzione del deficit esiste già una procedura d'infrazione per deficit eccessivo, adesso si rende vincolante l'impegno di riduzione anche per il debito, nella misura del 5% all'anno per la parte superiore al 60%. Questo significa che l'Italia deve apprestarsi a varare ogni anno manovre finanziarie a minima di 40/50 miliardi di euro all'anno, per vent'anni, con le evidenti implicazioni sociali in materia.

In Italia è stata data molta enfasi al fatto che sarebbero state riconosciute al nostro Paese alcune condizioni più favorevoli per il rientro del debito ai livelli richiesti dal nuovo trattato, in particolare la presa in considerazione di "fattori rilevanti" che -secondo gli entusiasti- rinvierebbero in particolare al buon livello di credito privato del nostro Paese. Si tratta di un'enorme manipolazione politica, concepita solo per indorare una pillola molto amara. In realtà non c'è traccia di tutto ciò nel nuovo trattato, e siccome carta canta quello che conta è ciò che è scritto nei capitoli e nei paragrafi del trattato. Il riferimento ai "fattori rilevanti" si otterrebbe in realtà attraverso un riferimento giuridico molto indiretto al precedente pacchetto sulla governance ("six-pack"), che fa riferimento ad un meccanismo di sorveglianza degli squilibri macroeconomici ("scoreboard"), che è il sistema di allerta e messa in sorveglianza di uno stato che va oltre certi limiti preoccupanti di deficit e indebitamento.

Peccato però che l'elaborazione di tale meccanismo sia ancora in alto mare, e che "fattori rilevanti" non voglia dire nulla fino a quando non ne verranno chiarite le fattispecie giuridiche in via definitiva. L'Italia, in questo momento, può solo appoggiarsi su interpretazioni giuridiche molto incerte, mentre di concreto c'è solo -nero su bianco- un trattato che dovrà ratificare e che condizionerà lo sviluppo della vita economica e sociale dell'intera Unione Europea per i prossimi decenni. In Italia, ci viene anche detto che eventuali manovre finanziarie di rientro del debito verranno temperate da sicure politiche di rilancio della crescita che renderanno meno voluminose le prossime leggi di stabilità: altra manipolazione evidente, dato che l'FMI ci dà in recessione per i prossimi due anni e che tutte le stime -anche governative, malgrado la differenza politicamente comprensibile sulle statistiche- confermano questa ipotesi.

CORTE DI GIUSTIZIA E GOVERNO DELL'EURO - L'altro grande principio politico-giuridico introdotto dal trattato è l'obbligatorietà delle sue disposizioni, rafforzata da un sistema di semi-automaticità di sanzioni (0,1% del PIL) contro gli stati che non rispettano gli obiettivi del principio di pareggio di bilancio: uno o più stati firmatari del trattato, infatti, potranno adire la Corte Europea di Giustizia contro un altro Paese per richiamarlo all'ordine, anche se bisogna osservare -e non è poco- che le procedure e le conseguenze di una tale misura rimangono tutte da definire. Il trattato, infine, si sbizzarrisce nel creare ennesime strutture di governo dell'euro: almeno due volte all'anno ci saranno dei "Vertici dell'Euro" a diciassette, sono previste poi anche riunioni a venticinque (è il numero degli Stati UE che si sono impegnati a ratificare il trattato, Gran Bretagna e Repubblica Ceca si sono chiamate fuori, per motivi diversi), non dimentichiamo poi i consueti summit a ventisette. Da notare che la Commissione Europea -in tutto questo meccanismo di consultazione- è assolutamente marginale rispetto alla gestione della sostanza dei problemi: Manuel Barroso passerà alla storia dell'Unione Europea come il Presidente della Commissione che -in questi tempi di crisi- non ha saputo (né voluto) far prevalere il metodo comunitario sul metodo intergovernativo, portando l'Europa ai limiti del collasso politico.

CONSEGUENZE POLITICHE - Al di là delle disposizioni tecniche contenute nel trattato, certamente importanti, ciò che più conta -forse- sono il contesto politico in cui è stato elaborato e le conseguenze che ne derivano. Innanzitutto, il testo è il frutto di una visione germanocentrica dell'Unione Europea: Angela Merkel ha imposto la sua politica di austerità e rigore ideologico di bilancio, rifiutandosi per il momento di prendere in considerazioni misure di accompagnamento per la crescita e l'occupazione. Il Consiglio Europeo era stato convocato formalmente sugli impegni di rilancio dell'economia, ma a parte alcune affermazioni di principio vuote di sostanza non vi è traccia di stanziamenti reali di fondi.

L'Unione Europea è a rimorchio della campagna elettorale tedesca (l'anno prossimo si vota in Germania) e Angela Merkel sta imponendo una linea economica che parla solo ed esclusivamente al suo elettorato, quello più conservatore. In tal senso si devono leggere anche le sue parole -una provocazione- su un'ipotesi di commissariamento istituzionale della Grecia, con un "super-commissario europeo del bilancio" che dovrebbe sbarcare ad Atene e prendere le redini del Paese se quest'ultimo non si piega alle esigenze della troika composta da FMI, UE e Banca Centrale Europea. Forse qualcuno dovrebbe ricordare alla Cancelliera che l'unificazione tedesca è stata pagata dall'Europa, e che solo tale politica di solidarietà -promossa all'epoca in particolare da François Mitterand- ha permesso alla Germania di conoscere i tassi di crescita e occupazione che oggi registra.

ELIMINARE KEYNES - Il nuovo trattato intergovernativo, in fine, comporta l'illegittimità e la messa al bando delle grandi teorie keynesiane sul ruolo dei poteri pubblici nell'espansione dell'economia e della crescita, fa tabula rasa di fondamentali teorie economiche collegate al ruolo dello stato nel sostegno alle politiche di sviluppo e piena occupazione, comporta la fine del modello sociale europeo così come l'abbiamo sin qui conosciuto. Non solo: cerca di liquidare l'idea stessa che un'altra politica economica è possibile, propone ideologicamente una gabbia dentro la quale saranno costretti a muoversi tutti i governi UE, indipendentemente dalla loro composizione politica, secondo l'idea che destra o sinistra pari sono, tanto dovranno promuovere tutti la stessa politica economica, la strada è già stata tracciata... Chiunque avrà voglia o tenterà di fare una politica diversa non ce la farà con il nuovo trattato, è esattamente questo l'obiettivo principale dell'operazione in corso: non è un caso se i poteri forti hanno salutato in modo entusiasta i risultati del Consiglio Europeo del 30 gennaio, o se le borse esultino.

MEMORIA CORTA - L'Italia è notoriamente un Paese a memoria corta, ma farebbe bene a guardare oggi un po' indietro nel tempo. Alla luce della situazione attuale risultano evidenti le ragioni di chi aveva lanciato l'allarme già durante il processo di ratifica del trattato di Maastricht, denunciandone un impianto neoliberista e paradossale sul piano economico-finanziario. Abbiamo detto -sin da allora- che Maastricht conteneva in sé un'impostazione che avrebbe portato allo smantellamento dello stato sociale in Europa, giacché le esigenze macrofinanziarie e macroeconomiche per tenere in vita la moneta unica erano in opposizione diretta con il modello sociale europeo.

Nessuno, però, ha voluto ascoltare. La contestazione non verteva sull'euro quale strumento monetario comune -anzi- bensì sulle condizioni del suo sviluppo e mantenimento, profondamente antisociali. Ci siamo poi battuti contro il trattato di Lisbona, e prima ancora contro la cosiddetta costituzione europea, non perché eravamo antieuropei -anzi- bensì perché perpetuavano un modello politico ed una politica monetaria semplicemente insostenibili in termini sociali nel tempo. Ma si è scelto di ignorare queste critiche costruttive. La crisi finanziaria del 2008 ha fatto esplodere tutte queste contraddizioni, la crisi sociale ed economica in cui siamo ancora immersi ha portato in luce le ragioni dei critici di Maastricht e di Lisbona, che non si sono stancati neanche di denunciare la filosofia e la lettera della nuova governance economica approvata l'anno scorso.

Il problema ri-comincia con l'approvazione nel marzo 2011 del "Patto Euro Plus" -una strategia di vera e propria liquidazione del modello sociale europeo- e l'approvazione a ottobre dell'anno scorso del "six-pack" sulla governance. Adesso ci risiamo con questo nuovo trattato sulla governance rafforzata, a dimostrazione che quella di prima, oltre che dannosa, era ed è inutile per l'euro. L'unica cosa che possiamo dire, anche sulla base delle esperienze precedenti, è che chi ha orecchi da intendere, intenda: questo trattato è la quintessenza di un modello monetario ed economico antisociale, a cui non interessa la preservazione o la promozione dello stato sociale. Questo trattato va semplicemente respinto e rispedito al mittente. E non è detto che ciò -nella sostanza- non accada...

PROCESSO DI RATIFICA - Innanzitutto, Nicolas Sarkozy ha dovuto ammettere che la Francia non lo ratificherà prima delle elezioni presidenziali e legislative del maggio / giugno di quest'anno. Tutti i sondaggi lo danno ormai per sconfitto, a meno di clamorosi eventi, e il candidato socialista François Hollande ha già fatto sapere che non intende accettare i contenuti del trattato. Esiste poi un serio problema in Irlanda, la cui costituzione prevede un referendum obbligatorio in materia di trattati europei che prevedono cessioni di sovranità verso l'Unione Europea, e questo trattato certamente lo prevede. Da seguire anche il dibattito in seno al Parlamento europeo: se socialisti, verdi e sinistra unitaria europea sapranno fare fronte comune non è detto che la ratifica sia scontata, anche a causa della posizione dei conservatori inglesi e cechi che questa volta si sono chiamati fuori dal trattato, e che rischiano di essere determinanti. Insomma, il trattato intergovernativo riguarda venticinque stati ed entrerà in vigore quando almeno dodici parlamenti lo avranno ratificato. Nel frattempo si avvicineranno le elezioni tedesche, magari qualcuno può tirarla alla lunga in attesa di vedere cosa succede a Berlino...

SITUAZIONE BLOCCATA - Non si tratta di essere disfattisti, ma di riconoscere che non è accettabile che il peso della governance venga scaricato esclusivamente sulle popolazioni più povere dell'Unione Europea. A fine febbraio, quando la Banca Centrale Europea avrà messo a disposizione del sistema creditizio continentale altri mille miliardi di euro a basso costo, le banche europee avranno intascato 6.100 miliardi di euro in tre anni e mezzo, mentre non una lira è stata trovata per rilanciare la crescita e l'occupazione in Europa. Sulla Tobin Tax non si sta facendo nulla; niente neanche sugli Eurobond; la Commissione Barroso è ridotta a raschiare il fondo per trovare delle noccioline da distribuire qua e là, senza nessun impatto sistemico; alla BCE viene impedito di intervenire a sostegno diretto dello sviluppo dell'Unione Europea; tutto rinviato per quanto riguarda il rafforzamento dei fondi finanziari a disposizione del futuro Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) chiamato a sostituire il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF); tramonta anche l'ipotesi che la Banca Europea degli Investimenti possa sostenere piani di rilancio della crescita e dell'occupazione. Insomma, il gioco al massacro continua, e i leader europei sembrano pure felici e contenti.

L'articolo di Stefano Squarcina verrà pubblicato nel prossimo numero della "Rivista Progetto Lavoro" - www.rivistaprogettolavoro.it


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