Un assaggio di Berlinale - Paola Giaculli PDF

Paola Giaculli - Berlino Come tutti gli anni Berlino ha ritrovato la sua vocazione popolare e intellettuale nella grande kermesse del cinema, la Berlinale. Per due settimane la città parla e vive di cinema, dedicandosi all’impegno sociale e politico, tratto maggiormente distintivo di questo evento, oltre a quello economico.

 

Quest’anno la Berlinale è stata ancor più popolare e politica e si è ispirata ai movimenti (indignados, primavera araba, anti G8), alla Rivoluzione, all’emancipazione e ai diritti, in particolare di donne e GLBT, dei bambini, in uno sguardo complessivo sull’universo mondo. Un programma impegnativo a tutto campo il cui leit-motiv sono “nuovo inizio e cambiamento”, come ricorda il popolare direttore Dieter Kosslick. A Berlino il glamour passa in secondo piano: la Berlinale è un festival di popolo, e si accorre ai botteghini, ancor più che per i films con castings importanti, per quelli che rimarranno fuori dal circuito e quelli di altri continenti diversi da quello europeo o nordamericano che aprono uno spaccato sul vissuto ignorato dal mainstream.

La Rivoluzione francese ha uno sguardo femminile dalla prospettiva della regina e delle sue governanti nel francese Les adieux à la reine e in Danimarca una monarca illuminata anticipa lo spirito della Rivoluzione in En Kongeling Affaere. Anche l’altra grande Rivoluzione è protagonista con una rassegna tutta sua: Die rote Traumfabrik, la “fabbrica rossa dei sogni” è la retrospettiva dedicata alla produzione cinematografica nata dalla collaborazione tra tedeschi (comunisti) e sovietici nella cooperativa Meshrabpom (Mutuo soccorso tedesco) nata all’inizio degli anni ‘20 per solidarietà con i lavoratori sovietici, che presta il nome anche allo studio cinematografico sovietico. I films qui prodotti facevano il tutto esaurito nelle sale di Berlino, frequentate dal proletariato della città, affamato di cinema. Nello studio videro la luce più di 600 film tra drammi sociali e commedie, ma anche la Corazzata Potemkin, e Ottobre, celeberrime opere di Eisenstein – finché tra avvento del nazismo e inasprimento del regime staliniano, non fu costretto a chiudere i battenti. Alla prima proiezione della versione restaurata di Ottobre (1927) è stata dedicata una serata speciale nel teatro di Friedrichstadtpalast, con colonna sonora originale dal vivo eseguita dall’Orchestra Radiofonica di Berlino, e ovazione finale del pubblico (più di 1.500 persone).

La rassegna Panorama apre sulla rivolta degli Indignados con lo sguardo di una ragazza africana appena “sbarcata” in Grecia: fa il giro dell’Europa in cerca di una vita degna di essere vissuta. Da Parigi, dove assiste alle proteste contro le banche, viene respinta in Grecia. Immagini semplici e dure raccontano il meccanismo di espulsione dalla fortezza Europa. Un nuovo imbarco clandestino la porterà in Spagna – qui il film tra il racconto e il documentario, si fa cronaca della protesta pacifica di Puerta del Sol a Madrid con le sue voci e i suoi colori. Anche la ragazza si unisce alle proteste per una cittadinanza attiva senza confini e i diritti di tutte e tutti. Il regista Toni Gatlif annuncia la presenza in sala di un indignato per eccellenza: Stéphane Hessel, acclamato dal pubblico come un divo. Il film trae ispirazione dal suo pamphlet “Indignez-vous” e non è un caso che Hessel sembri un ragazzo, nonostante sia quasi centenario, con l’energia di quelli di Occupy. Tra gli interessanti documentari sulle rivolte arabe da segnalare “The Reluctant Revolutionary”, uno sguardo inconsueto sulle proteste in Yemen al seguito del regista irlandese Sean McAllister e di una guida turistica locale, che dall’indifferenza iniziale assume poi un atteggiamento critico nei confronti del regime, con l’esperienza diretta delle repressioni violente in piazza. Importanti testimonianze della repressione del movimento pacifico giungono anche dall’Italia: in programma a Berlino c’è Diaz – Don’t Clean this Blood di Daniele Vicari e il documentario The Summit di Franco Fracassi, entrambi accolti con grande successo di pubblico.

Diaz inchioda alla poltrona, mostra in tutta la sua brutalità e violenza la repressione del movimento da parte delle forze dell’ordine, intreccia storie personali e immagini reali, a metà tra il documentario e il racconto. Riesce a legarti ai protagonisti singoli di questa terribile esperienza – prima le botte alla Diaz, poi le sevizie a Bolzaneto, a farti soffrire con loro, riportando alla memoria immagini che nessuno potrà mai dimenticare. Il merito di questo film, interamente girato in Romania per l’assoluta indisponibilità di autorità e istituti italiani a concedere un minimo finanziamento, come ricorda Vicari, non è solo far luce sulla dinamica della costruzione della “macelleria messicana” da parte delle forze dell’ordine, ma è l’empatia con le vittime di quell’orrore. Domenico Procacci, produttore coraggioso, come lo definisce il regista emozionatissimo dopo la proiezione, che riceve applausi scroscianti per l’intera durata dei titoli di coda, si rivolge alle vittime dell’aggressione presenti in sala, quasi scusandosi per essersi permesso di rappresentare la loro sofferenza: “Qualsiasi rappresentazione non potrà mai avvicinarsi al dolore provato da voi nella realtà”. Un elogio particolare va al montaggio.

The Summit è il racconto documentario dalla viva voce dei testimoni del NoG8. Con profonda attenzione si rivivono le giornate di Genova: la ricostruzione è attenta e può servire a chi non ha seguito, per interesse politico e/o perché c’era, le vicende di quei giorni a farsi una documentazione accurata sulle gravi responsabilità delle forze dell’ordine, sulle logiche della repressione e i suoi precedenti, a partire da Seattle del 1999, proseguendo per Nizza e nello stesso anno Napoli e Goteborg. Il documentario, con le testimonianze di chi ha seguito le indagini, ricostruisce nel dettaglio anche i tragici momenti che portarono all’assassinio di Carlo Giuliani. Sia “Diaz” che “The Summit” sopperiscono al vuoto e alla discontinuità, al non detto o negato, rendono un grande servizio in primo luogo alle vittime della brutale repressione, e anche alla verità, alla giustizia e alla democrazia. Le donne in tutta la loro autonomia e indipendenza, sono le protagoniste indiscusse di Elles con Juliette Binoche (Francia), Cherry (Usa), Choco (Colombia), ma anche in altre opere c’è molta cura nel delineare figure femminili lontane da cliché.

È il caso di Glück, Felicità, della tedesca Doris Dörrie, con protagonista Alba Rohrwacher, che interpreta una ragazza dell’est che fugge a Berlino in seguito all’eccidio della famiglia e lo stupro in una delle tante guerre, e, clandestina, si prostituisce per sbarcare il lunario. Le studentesse di Elles si prostituiscono invece per permettersi qualche lusso in più. Le loro esperienze faranno riflettere sulla propria vita e su quella degli uomini la giornalista che le intervista per una rivista femminile. E gli uomini non fanno proprio un gran figura neanche in Cherry in cui le ragazze girano porno ma hanno in privato relazioni lesbiche. In Rebelle (Rep. Dem. Congo) la donna è una bambina costretta a diventare soldato, dopo che la banda che la rapisce le mette il mitra in mano e le fa uccidere i genitori. Originale è il metodo narrativo: parla al suo bimbo che ancora deve nascere, riservandogli i suoi sentimenti, le sue paure. La quindicenne attrice non professionista Rachel Mwanza ha vinto meritatamente l’Orso d’Argento come migliore interprete. Anche La mer à l’aube, di Volker Schlöndorff, autore tra gli altri di Il tamburo di latta, utilizza un linguaggio originale. La storia si svolge nel 1941 e ricostruisce l’esecuzione di internati comunisti francesi in Bretagna, consegnati dai collaborazionisti francesi agli occupanti tedeschi, tra cui un giovane ragazzo di 17 anni.

Gli ultimi pensieri dei condannati a morte si fanno sentire mentre vengono trascritti nei messaggi alle famiglie. Impossibile non pensare alle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza”. Davanti al plotone d’esecuzione affiora l’ultimo pensiero e la camera inquadra la faccia del condannato. Il militante comunista griderà: Viva il partito comunista tedesco! Oltre al merito artistico va a Schlöndorff quello di affrontare in maniera obiettiva un soggetto come il nazismo, in Germania purtroppo ancora ostico, cosa che richiede sia a autori che a produttori una certa dose di coraggio. Infine un’ultima osservazione sulle scelte della giuria. In Germania si auspicava che l’Orso d’oro fosse attribuito a Barbara, di Christian Petzold, regista tedesco molto apprezzato anche per la sua originalità. Il film è senza dubbio meritevole, anche per le doti dell’attrice Nina Hoss, nella parte di una dottoressa che vuole fuggire dalla Ddr. In questi casi rimane però sempre il sospetto che i film su questo tema ricevano comunque il consenso di critica e pubblico, anche a prescindere dalla qualità. Per questo la scelta di Cesare deve morire dei fratelli Taviani ha destato stupore e addirittura sdegno. Sulla stampa si parla di “scelta antiquata” e di Orso alla carriera camuffato. Eppure il film dei Taviani al di là del giudizio critico, non si può sicuramente non definire originale, nel taglio nella scelta del tema e del casting.

 

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